Camera con svista
Nel comportamento di Fini sulla vicenda Englaro si intrecciano gli scrupoli e qualche equilibrismo attribuiti alla funzione istituzionale con atteggiamenti da capo partito. Difendere le prerogative del Capo dello stato esprime uno spirito super partes che fa però a pugni con il richiamo all’ordine un po’ caporalesco inflitto al presidente del gruppo più numeroso del Senato.

La contrapposizione tra una concezione sostanziale dell’urgenza sostenuta dal governo e la sua negazione legata a discussi e cavillosi precetti giuridici venuta dal Quirinale sottolinea una visione differente della responsabilità politica che tende a diventare una discriminante permanente. La preoccupazione di evitare un prolungato scontro istituzionale, in sé sacrosanta, e persino la difesa del ruolo centrale del Parlamento, che implica un certo grado di dialettica con l’esecutivo, non possono giustificare però l’imposizione di una sorta di tutela paralizzante e costituzionalmente impropria. Scegliendo di ricoprire la carica di presidente della Camera, Fini ha optato per un ruolo politico oggettivamente delimitato. Più esercita le funzioni di garanzia che sono indipendenti dalla sua collocazione, meno direttamente influisce sulle scelte della sua parte politica. Nelle più recenti vicende non ha saputo o voluto tener conto di questa regola non scritta, senza peraltro ottenere risultati apprezzabili né sul piano della pacificazione istituzionale né su quello dell’orientamento politico. C’è da credere, o almeno da augurarsi, che se ne renda conto egli stesso.